LAWRENCE FERLINGHETTI meets LIDIA CHIARELLI at Caffe Trieste, San Francisco

articolo  torinosette

 

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FERLINGHETTI ED IO

40 ANNI DOPO

Torino, anno accademico 1968/1969

Matricola 4464L. Sono iscritta al corso di laurea in Lingue e Letterature straniere dell’Università di

Torino e sto preparando il mio primo esame di Letteratura Anglo-Americana.

Dopo Palazzo Campana ora anche Palazzo Nuovo è in fiamme. Da poco inaugurato, è stato occupato: la contestazione giovanile dilaga. Le lezioni cominceranno regolarmente solo dopo diversi mesi.

I telegiornali riportano notizie sulla guerra del Vietnam, sugli scontri tra polizia e manifestanti in scuole e università  in Italia e all’estero, sullo sbarco degli astronauti americani sulla luna; ed annunciano il matrimonio di John Lennon e Yoko Ono a Gibilterra, il grandioso concerto gratuito dei Rolling Stones a Hyde Park di Londra e il festival rock di Woodstock, nello stato di New York, che raccoglie migliaia di giovani.

Il messaggio degli scrittori della Beat Generation mi affascina.

Con Allen Ginsberg attraverso le corsie di un Supermarket in California  e giro fra “luccicanti pile di lattine” e “frutta al neon”; seguo Jack Kerouac nei suoi spostamenti On the Road  da una costa all’altra degli Stati Uniti, ma è soprattutto Lawrence Ferlinghetti, con quel cognome italiano, ad attirare la mia attenzione.

Lawrence Ferlinghetti che parla ai giovani di anticonformismo, di libertà e di pace, Lawrence Ferlinghetti che nella poesia I am waiting dice di essere  “in perpetua attesa di una rinascita del miracolo”, Lawrence Ferlinghetti che sfida le autorità e viene arrestato per avere osato pubblicare parole proibite, che fa della sua libreria e casa editrice – la City Lights Bookstore –  il frequentato punto di incontro dei giovani intellettuali dissidenti.

San Francisco, North Beach, 29 luglio 2013

 

Lawrence Ferlinghetti ha accettato di incontrarmi al Caffe Trieste.

Aspetto poco fiduciosa, non sono sicura che, con i suoi 94 anni, si ricordi di venire.

Sono già le 10:45 e l’appuntamento – fissato con l’aiuto di Giada Diano, la sua biografa italiana – era per un quarto d’ora prima.

Alle pareti del locale sono appese molte fotografie in bianco e nero di personaggi celebri negli anni ’60 e ’70, per lo più poeti e musicisti.

Dal bancone servono boccali di birra e grandi bicchieri di caffè americano a quelli che sembrano abituali avventori.

Quando ad un tratto la sua figura inconfondibile si delinea attraverso la porta a vetri.

A stento trattengo l’emozione, gli vado incontro e scopro che i suoi occhi sono ancora più blu di come appaiono in fotografia, occhi che ti catturano e ti affascinano, occhi che ancora rispecchiano gli ideali per cui ha sempre combattuto e per cui ancora continua a combattere.

Le ore scorrono veloci, mentre parliamo di  poesia, di arte e di politica, mentre  racconta del suo amore mai sopito per l’Italia, per quell’Italia da cui era partito suo padre Carlo, giovane emigrante bresciano, nel 1894.

Ci lasciamo con un suo messaggio di saluto e di affetto per Torino, città che ha avuto modo di visitare due volte e che è rimasta impressa nei suoi ricordi.

Gli stringo forte la mano, sapendo che questo incontro non potrà non lasciare un segno e che entrerà a far parte di quei momenti magici, unici e irripetibili della mia vita.

 

Lidia Chiarelli 

(Movimento artistico letterario Immagine & Poesia)

Article published on LA STAMPA- Torino Sette – September 20, 2013

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